Via Padova al microfono di RezzaMastrella

Correva l’anno 2014 e durante la festa di quartiere “Via Padova è meglio di Milano” Antonio Rezza e Flavia Mastrella, artisti imprevedibili e dissacranti, si aggiravano per la strada muniti di telecamera e di un improbabile microfono per raccogliere sensazioni, testimonianze, canzoni, battute oltre ogni logica di intervista. L’obiettivo, posto che ce ne fosse uno, quello di sfidare il razzismo attraverso l’ironia, la distanza attraverso la provocazione, il pregiudizio attraverso l’assurdo. Il risultato, dopo tre anni in cui i circuiti ufficiali si sono dimostrati impreparati ad accoglierlo, è stato presentato con un ottimo successo a Roma e a Milano, nei cinema indipendenti e al di fuori della distribuzione canonica. “Milano, via Padova”, il film che cerca di raccontare l’integrazione e la sua mancanza partendo proprio da questo quartiere è ormai uscito… e in occasione della presentazione ufficiale al cinema Beltrade abbiamo incontrato il duo RezzaMastrella per farci spiegare come questo progetto è nato e cosa si nasconde dietro questo “scherzaccio”…

Iniziamo dalle reazioni del pubblico, alla ricerca di un messaggio politico e morale nel documentario… ognuno ha la sua interpretazione, ma qual è la vostra?

ANTONIO REZZA: Nel film ognuno vede quello che vuole, siamo per questa libertà di visione. Tutto quello facciamo, dal cinema al teatro, può essere frainteso, ma questo è il bello. Non ci interessa minimamente trasmettere un messaggio, non siamo né postini, né infermieri. Non dobbiamo curare le persone, né far arrivare loro alcun messaggio morale. È chiaro poi che sul razzismo abbiamo le nostre idee. Non si può essere razzisti, perché si diventa deficienti. Insomma, chi è razzista è stupido. Se pensi che il colore della pelle possa significare una differenza di stato sociale, questo dimostra che sei deficiente, non razzista. Il problema è che la deficienza non fa merchandising. Se al telegiornale dovessero dire “Grave episodio di deficienza in pieno centro” nessuno direbbe niente, anche perché i deficienti in giro sono parecchi. Allora preferiscono parlare di “episodio di razzismo”, ma è la deficienza umana il fulcro della questione.

FLAVIA MASTRELLA: Abbiamo fatto uno scherzaccio con questo film. Le risposte che abbiamo avuto sono piuttosto codificate. Questo significa che il razzismo è un’induzione, non un reale sentimento. Una volta che persone di diversa nazionalità si avvicinano agli intervistati, come si vede nel film, l’atteggiamento e le parole cambiano. Il razzismo è un fenomeno di non conoscenza, anche perché nessuno aiuta persone diverse a conoscersi, ma solo a diffidare l’uno dall’altro. È più forte la spinta dei mass media che il bisogno di comunicare. Non vogliamo portare alcun messaggio perché ci allontanerebbe dalla realtà. Non vogliamo trasformarci in professori. Ci limitiamo a guardare e a documentare il risultato di quello che abbiamo visto.

Credete che la via Padova del documentario sia “un concentrato di razzismo” o che personaggi del genere si trovino in tutta Italia?

ANTONIO REZZA:  Noi abbiamo intervistato anche persone che ci hanno detto che in via Padova c’è integrazione e che non c’è alcun problema, e siamo convinti che via Padova sia soprattutto questo. Rimane una via colorata e bellissima, ma il nostro film vuole raccontare altro. È per questo che abbiamo scelto di inserire nel film le persone più incredibili, che ci hanno dato le risposte più assurde. La bontà non crea ritmo narrativo, non crea smottamento. Abbiamo voluto mettere in ridicolo il razzismo, l’ignoranza. Tutto è passato meglio. La castrazione (auspicata da un intervistato nei confronti dei transessuali) resta, ma fa ridere. Far ridere è più difficile che far riflettere.
Dando la parola alle persone, che ci rispondono per slogan, è evidente che il razzismo è indotto ed è uno strumento di controllo sociale. Ma è una cosa che riguarda tutto il Paese. Siamo e siamo stati pieni di forme di controllo sociale. C’è stata l’eroina, c’è stata la cocaina, le pasticche. Ci sono stati gli stadi. Ora il controllo si è spostato all’interno delle mura domestiche, attraverso la comunicazione. In certi quartieri si sviluppa la criminalità, che fa molto comodo perché viene immediatamente associata a una zona, a un palazzo. La si identifica come fenomeno di un luogo ben preciso, che non riguarda chi lì non ci vive. Anche questo è uno strumento del controllo sociale. Basta saperlo, riconoscerne le forme e tirarsene fuori.

Perché ci si concentra su alcune vie, che diventano emblema di ogni problema di integrazione?

ANTONIO REZZA: Diventano specchietti per le allodole. Se il problema della mancanza di integrazione è identificato con via Padova, lo si argina in quella zona e si smette di guardare il problema in sé. Via Padova viene usata per dimostrare che c’è intolleranza, come a Roma sono state usate altre zone per mascherare quello che non ci viene raccontato. Fa comodo parlare di quello. Non si parla però del colore di via Padova, del ritmo che c’è qui. Creerebbe vitalità, invece si preferisce creare preoccupazione.

Avete presentato il film anche a Roma. Come sono state le reazioni di un pubblico che non conosce da vicino via Padova?

ANTONIO REZZA: A Roma abbiamo presentato il film in spazi occupati e, anche se non c’è stata la stessa eco di Milano, gli spettatori hanno riso tanto questo perché è chiaro che è una pantomima.

Raccontateci della genesi di Milano, Via Padova. Ci sono voluti tre anni per farlo uscire, nonostante l’abbiate girato in due giorni.

FLAVIA MASTRELLA: Il film è stato girato e montato subito perché preferiamo affidarci al sentimento, alla coda del discorso. Per questo film abbiamo scelto il canto come filo conduttore, per rappresentare bene la profondità delle varie culture che abbiamo incrociato, perché sapevamo che nessuno avrebbe parlato un italiano perfetto. Questa traccia sonora che c’è in tutto il lavoro dà molto respiro sia alla problematica, sia alla forza culturale che porta via Padova.

ANTONIO REZZA: Fondazione Gaetano Bettini, attraverso Alessandro Massi, ci ha proposto di fare un film su via Padova nel 2014, dopo aver collaborato per un film sul disagio mentale. È partito dalla loro volontà e ora stiamo seguendo la distribuzione, ma non è facile. Noi ci finanziamo con il teatro, non avremmo mai potuto vivere di cinema. Questo è molto brutto, un Paese che non riconosce l’identità indipendente all’autore, è un paese che non merita il nostro affetto, non come “Italia”, ma come “sistema culturale”.
Ora il nostro obiettivo è quello di mettere in comunicazione le realtà indipendenti che ci hanno ospitato in varie città per creare un circuito parallelo di distribuzione alternativo che contrasti quello ufficiale. Pubblicheremo i numeri di persone che hanno visto il film, gli incassi, per dimostrare che si può. Se dovessimo renderci conto che non è una strada percorribile, lo diremo, ma vogliamo provarci.

Vi siete proposti a diversi festival prima di puntare sul circuito indipendente…

FLAVIA MASTRELLA: Sì, e ci è sempre stata negata la possibilità di partecipare perché documentiamo senza prendere posizione. Spiazziamo, mettendo in scena concetti che diventano molto semplici perché Antonio riesce a trasformare il nostro pensiero in pratica. Nel film questo emerge molto chiaramente quando chiediamo alla donna che si lamenta della sua salute e, insieme, dei troppi immigrati, di mostrare i suoi piedi gonfi a causa del diabete. Il concetto è chiaro: la gente va dritta verso i problemi che gli sono stati inculcati senza nemmeno analizzare la sua situazione. In questi anni ci siamo scontrati con la distribuzione ufficiale dei film, abbiamo visto che c’era una sorta di volontà di stroncare il nostro lavoro ed è per questo che ci siamo dedicati principalmente al teatro.

Siete contenti di come sta andando?

FLAVIA MASTRELLA: Siamo meravigliati. Abbiamo dimostrato che quello che pensiamo è valido: non diamo risultati, ma un momento di condivisione. Noi abbiamo cominciato nel 2000 a fare questo tipo di interviste, che ci sono servite anche come sondaggio per le nostre performance, ci servono per vedere di volta in volta a che punto sta l’ideologia corrente. In base a questo affrontiamo quello che troviamo per le strade. L’arte è spesso troppo lontana dalla strada, mentre è proprio lì che noi attingiamo per i nostri spettacoli.

Marco Besana

Marco Besana, classe 1983. Gran sognatore. Gran viaggiatore. Giornalista perché è più facile raccontare gli altri che se stesso.

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