Fausto e Iaio. La verità fugge in via Chavez

Via Mancinelli, oggi, significa Fausto e Iaio. È diventata un simbolo, un luogo della memoria. I murales dedicati ai due ragazzi vittime della violenza degli anni di piombo lo ricordano a chiunque la attraversi. Ma in una notte del marzo 1978, non solo via Mancinelli, ma un intero quartiere di Milano è stato protagonista di una delle pagine più scure della nostra storia. Un quartiere di cui oggi si parla quasi esclusivamente per raccontarne l’anima straniera, multiculturale, ma che ha invece fatto da sfondo a una storia importante, interamente italiana. In una notte del marzo 1978 un commando di assassini legati alla malavita romana si muove liberamente tra via Padova, via Chavez, il parco Trotter. Assassini che conoscevano la zona, i suoi angoli, le sue scorciatoie. Su quelle strade, su quella vicenda, su quello che Fausto e Iaio ancora significano per la città di Milano, abbiamo intervistato Daniele Biacchessi, giornalista e autore del primo libro di inchiesta sulla storia dei due ragazzi, “Fausto e Iaio, la speranza muore a diciotto anni”, ristampato nel 2015 a vent’anni dalla prima edizione. 

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Quanto è stata determinate nella vicenda di Fausto e Iaio la zona scelta per colpire? Era una zona conosciuta dagli assassini? Una zona strategicamente importante oppure uno scenario casuale, scelto esclusivamente perché i due ragazzi frequentavano il vicino centro Leoncavallo?

Sì, era una zona cruciale, anche sul piano logistico: una zona non lontana dalla stazione ferroviaria di Lambrate, dalla tangenziale, a metà strada da piazzale Loreto e Sesto San Giovanni dove trovavano sede le maggiori fabbriche italiane.

San Babila, Brera, l’Università Statale. Sono molte le “zone simbolo” di una Milano politicamente spaccata, negli anni di piombo, tra destra e sinistra. Il quartiere Casoretto, tra via Padova e Via Porpora, come si collocava? Era una zona simbolicamente importante nello scontro politico?

Nel 1978 il quartiere rappresentava, con la Bovisa, il luogo in cui la sinistra tradizionale ed extraparlamentare erano maggiormente radicate e sviluppate. Dai circoli culturali, come il Bertold Brecht, a numerose sezioni del Pci, al Centro Sociale Leoncavallo, al Collettivo Casoretto, fino a decine e decine di locali di ritrovo di militanti e cani sciolti. Era anche il luogo dove per prime si erano insediate le Brigate Rosse e gruppi vari della lotta armata di sinistra. Proprio nell’ottobre 1978 vennero rinvenuti numerosi appartamenti affittati e acquistati da organizzazioni clandestine: uno tra tutti l’appartamento di via Montenevoso, dove furono ritrovate le carte di Aldo Moro scritte dal cosiddetto “carcere del popolo” e il famoso memoriale.

IMG_2823Fausto e Iaio erano ragazzi politicamente attivi, ma forse non con una visibilità così estesa da poter divenire bersagli “scontati”. Perché proprio loro? E perché assassini professionisti legati agli ambienti dell’estrema destra romana e alla banda della Magliana arrivano fino a Milano per colpire?

Gli assassini volevano uccidere proprio loro. Non tanto per il loro lavoro di controinformazione sull’eroina, ma soprattutto perché il sabato sera i due ragazzi erano abitudinari e i killer sapevano con certezza li avrebbero trovati lì mentre andavano a mangiare da Danila, la madre di Fausto.

Chi progettò l’agguato lo fece in due fasi: dalla preparazione avvenuta a Milano alla richiesta di intervento da parte di un gruppo di azione romano. Il gruppo che colpisce in via Mancinelli, però, deve avere avuto altri input dopo il 16 marzo, il giorno in cui le Br attaccano il cuore dello Stato rapendo Moro e uccidendo gli uomini della sua scorta.

Ecco perché, secondo la ricostruzione del giudice Salvini, è compatibile la presenza di Massimo Carminati il 18 marzo in via Mancinelli. Si tratterebbe quindi di un attacco politico in pieno rapimento Moro. L’uccisione di due ragazzini avrebbe provocato forte emozione e una reazione violenta che avrebbe dovuto sfociare nella richiesta di leggi speciali, di polizia e, probabilmente, allo stato di eccezione nel Paese. L’inasprimento delle leggi c’è stato, ma l’escalation di violenza venne contenuta grazie ad un fenomeno unico: una risposta civile fatta da una forma di comunicazione diretta con Fausto e Iaio tramite bigliettini lasciati sul selciato di via Manciinelli da centinaia e centinaia di ragazzi e gente comune. I funerali dei ragazzi hanno rappresentato una rivolta civile alle barbarie.

Quanto ha contato, allora, la vicenda di Fausto e Iaio per la città di Milano? E quanto conta, oggi?

Fausto e Iaio e la loro giovane morte ha contato e conta ancora per la città di Milano e per il Paese. Non si contano gli spettacoli teatrali, le canzoni scritte in loro memoria, i cortometraggi, le opere d’arte, i disegni. A loro è dedicata l’associazione “Familiari e amici di Fausto e Iaio” e i giardini di piazza Durante. Sono tantissime le iniziative nelle scuole. È una memoria viva, non del passato.

IMG_2841Cosa ti ha spinto, ormai 20 anni fa, a scrivere il primo libro di inchiesta su Fausto e Iaio e cosa ti ha spinto, lo scorso anno, a ristamparlo nuovamente?

Fausto e Iaio li conoscevo bene. Le inchieste giudiziarie, a parte quelle di Armando Spataro e Guido Salvini, sono state lacunose, frettolose e reticenti. Il loro fascicolo era povero di riferimenti. Eppure, nel 1978, la loro morte provocò una fortissima indignazione in tutto il Paese e il sindacato fu costretto a indire uno sciopero generale in Lombardia e a Milano per poter favorire la partecipazione dei cittadini agli imponenti funerali davanti alla chiesa del Casoretto.

Fu anche la prima volta in cui iniziai davvero a fare controinformazione. Diciamo che è una storia personale che si è incrociata con il mestiere di giornalista, quello che consuma le suole delle scarpe, che trova informazioni, le verifica e scrive.

Mi sembrava assurdo restare immobile davanti a quel muro di gomma che permane ancora oggi, nonostante l’arresto della persona maggiormente indiziata, cioè Massimo Carminati, il boss di Mafia Capitale, il Re di Roma. Su di lui è possibile trovare almeno 70 pagine nel mio primo libro del 1996. Quando Carminati è stato arrestato ho pensato che fosse giusto riprendere il filo della matassa, di questo lavoro di controinformazione.

La storia di Fausto e Iaio diventerà un film. Raccontaci qualcosa di questo progetto

“Il sogno di Fausto e Iaio” uscirà alla fine di dicembre 2016. Si tratta di un film no profit finanziato attraverso crowdfunding da maggio a luglio 2016. Il film è tratto dal mio libro, “Fausto e Iaio, la speranza muore a diciotto anni” (Baldini&Castoldi). Avrà la mia regia e le illustrazioni di Giulio Peranzoni, e vedrà il coinvolgimento di centinaia tra artisti, narratori, operatori, cittadini. Tutte i dettagli sono disponibili sul mio sito: www.danielebiacchessi.it.

PH / Ilaria Brusadelli – Marco Besana

Marco Besana

Marco Besana, classe 1983. Gran sognatore. Gran viaggiatore. Giornalista perché è più facile raccontare gli altri che se stesso.

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