Hibakusha, quel che resta del giorno

= ricevere = esplosione = persona.

C’è voluta una parola nuova, 被爆者Hibakusha, per definire i giapponesi sopravvissuti alle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.

Una parola nuova, nuova come la possibilità di uccidere contemporaneamente 100 mila persone, nuova come la paura di una guerra atomica, nuova come la vita di chi non morì subito o subito dopo. Ma qual è la vita di un Hibakusha oggi?

Lo abbiamo chiesto al professor Terumi Tanaka co-presidente della 日本被団協 Nihon Hidankyō , la confederazione delle organizzazioni giapponesi delle vittime delle bombe A e H.

Abbiamo realizzato questa intervista per Q Code Magazine grazie anche all’aiuto per la traduzione di Luca Saccogna, Managing Director di Eurasia Language academy una scuola di lingue a due passi da Via Padova. Per questo la riportiamo su questo blog, che vuole raccontare non solo via Padova e il quartiere ma le trame di relazioni che innesca questo angolo di Milano che è per noi ogni giorno una finestra privilegiata sul mondo.

Terumi Tanaka Hibakusha
Terumi Tanaka – sopravvissuto
alla bomba atomica sganciata su Nagasaki

“Avevo 13 anni quando Nagasaki fu colpita dalla bomba atomica – racconta Terumi Tanaka che a 87 anni rimane un convinto attivista – La mattina del 9 agosto mi trovavo al piano superiore della mia casa, a 3,2 km dall’ipocentro dell’esplosione. Ricordo che fui avvolto da un bagliore accecante, un lampo di luce bianca sembrò travolgere il mondo. Spaventato, corsi al piano di sotto e dopo pochi istanti fui scaraventato a terra da una fortissima onda d’urto che fece crollare una grande porta a vetri sopra di me. Persi conoscenza e, al risveglio, ricordo la voce di mia madre che mi chiamava e il mio corpo schiacciato dalle lastre di vetro che, miracolosamente, non mi ferirono. Ricordo l’esplosione così potente che avrebbe potuto essere avvenuta nella mia stessa casa. Tre giorni dopo entrai nella zona di ground zero per cercare i miei parenti e rimasi scioccato nel realizzare cosa era successo. Trovai una mia zia e un mio cugino morti carbonizzati. Cinque delle sei zie che vivevano a 700 metri dall’ipocentro persero la vita contemporaneamente. Trovammo l’unica zia sopravvissuta e mio nonno gravemente ustionati: morirono dopo qualche giorno in una terribile agonia e io stesso cremai i loro corpi. Non fu solo l’esplosione che distrusse la mia famiglia: mio zio era tra i sopravvissuti al bombardamento e non aveva riportato ferite esterne, dopo qualche tempo, tuttavia, contrasse febbri altissime che lo portarono alla morte dopo circa dieci giorni: le cellule del suo corpo furono distrutte dalle radiazioni dall’interno. La mia famiglia è solo uno specchio di quanto accaduto alla popolazione di Nagasaki, sterminata in modo disumano. Anche tre giorni dopo il bombardamento, nel raggio di 2 km dal centro dell’esplosione, moltissimi furono i cadaveri abbandonati e i corpi di chi, ferito, morì tra terribili dolori, senza alcun conforto”.

Nihon Hidankyō nasce nel 1956 per sollecitare il Governo giapponese a promuovere l’abolizione delle armi nucleari e a migliorare l’aiuto alle vittime, discriminate e inascoltate per anni. Qual è la vita di un Hibakusha?

Non potrò mai cancellare dalla mia mente cos’era Nagasaki in quei giorni, quella luce accecante, quei morti abbandonati. Vivere da sopravvissuto significa però avere un compito preciso: continuare ad appellarsi al mondo affinché comprenda la disumanità delle armi nucleari. Il ruolo di noi Hibakusha è quello di far sapere, con la nostra testimonianza, che pericolo concreto corre l’umanità. Fin dal primo giorno dopo lo scoppio della bomba ogni Hibakusha ha voluto gridare al mondo che nulla di tutto ciò avrebbe mai dovuto accadere nuovamente, ma per 7 lunghi anni, sotto l’occupazione delle forze alleate, a noi sopravvissuti fu impedito di dire pubblicamente ciò che era successo: le forze di occupazione avevano forse paura che la disumanità dei bombardamenti atomici fosse resa nota. Solo nel 1954 il Movimento Popolare contro le armi atomiche, nato in seguito ai numerosi test nucleari degli USA nella zona dell’atollo di Bikini, spinse gli Hibakusha a rialzarsi e unirsi: venne fondata la Nihon Hidankyō e, da allora, per quasi 60 anni, abbiamo continuato a informare l’opinione pubblica sulla natura atroce e disumana delle armi nucleari, sia in Giappone sia all’estero. Molte sono state le crisi politiche che hanno sconvolto il mondo dopo il 1945, ma l’umanità, per il momento, è stata effettivamente risparmiata da un nuovo attacco atomico. Numerosi intellettuali hanno sottolineato come gli appelli degli Hibakusha abbiano contribuito a impedirne l’uso, ma oggi il rischio è che molte di queste voci si spengano. Molti attivisti che hanno lavorato in prima linea nel movimento sono morti senza vedere l’abolizione delle armi nucleari. Oggi siamo in 140.000 Hibakusha e la nostra età media ha superato gli  80 anni:  tra noi rimangono solo le voci di chi, all’epoca, era molto giovane e conserva la testimonianza dei genitori e dei fratelli maggiori, le loro sofferenze e speranze.

Il 26 settembre è la giornata internazionale indetta dall’ONU per l’eliminazione totale delle armi nucleari. Eppure  solo 70 paesi hanno firmato il Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) del 2017 e solo 25 nazioni  lo hanno formalmente ratificato. Tutti i paesi della NATO e i paesi che detengono le armi nucleari non hanno neppure partecipato ai negoziati per la stesura del testo. Nemmeno il Giappone, l’unico paese al mondo ad aver provato gli effetti di una, anzi due bombe atomiche.

Il trattato è un primo passo, ma è fondamentale che i paesi detentori delle bombe atomiche e i loro alleati  – penso ai membri NATO e allo stesso Giappone – escano dall’illusione che uno stato possa essere protetto con armi nucleari.  Per questo siamo critici nei confronti del trattato di mutua cooperazione e sicurezza che ci lega agli Stati Uniti d’America e che, di fatto, si basa sull’accettazione dell’esistenza delle armi nucleari e del loro uso. L’ombrello atomico e le politiche di deterrenza non possono coesistere con il rifiuto senza se e senza ma di armi che dovrebbero essere vietate dal diritto internazionale.

Hiroshima, Genbaku Dome
Hiroshima, Genbaku Dome – Agosto 2019

Secondo l’ultimo rapporto “Don’t Bank on the bomb” di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapon, premio Nobel per la pace del 2017) e dell’ong olandese PAX, gli investimenti degli istituti finanziari in aziende legate alla produzione di armi nucleari sono cresciuti del 42% tra il gennaio 2017 e il gennaio 2019 a livello globale e, nel 2019, sono ancora 13.865 le testate possedute complessivamente dai 9 Paesi armati di atomica.

All’ultima commemorazione del lancio della bomba su Hiroshima hanno partecipato, oltre a 50.000 persone, anche i rappresentanti di 92 nazioni, alcune delle quali non firmatarie del TPNW o, addirittura, detentrici di atomica.

Ritiene che le commemorazioni siano ormai atti retorici?

Più gli investimenti in armi nucleari aumentano, più le cerimonie acquisiscono importanza. I cittadini danno un segnale al nostro governo: il popolo giapponese non vuole le armi nucleari.  È da 63 anni che chiediamo l’abolizione delle armi nucleari, un appello al mondo rilanciato con forza dall’associazione Mayors for peace che unisce quasi 8mila sindaci proprio per il disarmo nucleare entro il 2020. Il presidente, il sindaco di Hiroshima Kazumi Matsui, ha chiesto al governo giapponese di firmare il trattato, ma non ci sono stati impegni formali in questa direzione, se non la volontà di “fare da ponte” nel dialogo tra gli Stati detentori di atomica e gli altri.

Al di là delle politiche adottate da investitori e governi, come viene vissuta, oggi, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki tra i giapponesi?

L’articolo 9 della nostra costituzione dichiara che il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e a questo scopo non manterrà mai le forze militari.

Purtroppo questa legge non è stata e non è una spinta per influire sulla politica di sicurezza nazionale. Credo che nonostante l’impegno degli Hibakusha, la tragedia nucleare non sia stata comunicata adeguatamente. Il trattato USA-Giappone ha influito fortemente sull’educazione, su ciò che si poteva dire e ciò che non si poteva dire e oggi l’80% dei giapponesi è nato dopo la guerra: pochissimi hanno un ricordo personale e le generazioni successive non sono state adeguatamente informate.

Al centro del Parco del Memoriale della pace di Hiroshima dal 1964 brucia la “fiamma della pace” che smetterà di ardere solo quando ogni bomba atomica del mondo verrà smantellata. Crede che, prima o poi, vedremo questa fiamma spegnersi o rimane un’utopia?

Le armi nucleari sono un’invenzione umana: dobbiamo riuscire ad abolirle con la saggezza umana, ma credo che esista ancora la possibilità che vengano usate. Spero però che quella fiamma rimanga un simbolo fino alla fine di questa battaglia, che per me dura ormai da 74 anni. Se la fiamma dovesse essere spenta prima dell’eliminazione di ogni arma nucleare sarebbe un pezzo di umanità a spegnersi.

Di Ilaria Brusadelli e Marco Besana

redazione

Ilaria Brusadelli & Marco Besana