Ligera: per quelli che “via Padova non si può girare la notte”

L’etimologia non è chiara. Secondo una delle molte teorie, la parola si legherebbe all’aggettivo “leggera”, a sottolineare la poca gravità dei reati di cui si macchiava. Una spiegazione fra le molte che si perdono e si confondono nella leggenda, nel passato, nella nebbia di una Milano che non c’è più. Incerta l’etimologia, come incerta è la provenienza, il luogo e il tempo in cui quella parola fu coniata. Eppure a Milano, ancora oggi, quando si parla della malavita romantica, quella che affascina più che fare paura, quella delle osterie, degli amori tormentati e maledetti, è quella parola che torna alle labbra: la ligéra.

Oggi quella mala non esiste più, ma quel nome, oltre che nella memoria dei milanesi, rimane vivo in quello che è molto di più di un semplice bar. Il Ligéra, locale anni ’70 in via Padova centotrentatré è un progetto, un centro di cultura, un vero e proprio punto di riferimento in un quartiere che non ha ancora perso la sua anima romantica di periferia. Ed è proprio dalle periferie che partiamo nel raccontare la storia di questo luogo.

“La ligéra era la mala che non sparava, delle truffe con le tre carte, quella di chi si arrangiava per vivere. È stata anche un prodotto culturale delle periferie. Un nome dialettale, legato a questa zona, che richiamava un passato da film, da libro. Ci sembrava perfetto per il nostro progetto”. A spiegarci la storia di come è nato il Ligéra con il suo accento toscano è Riccardo Bernini, che insieme a Federico Riccardo Chendi ha fondato il locale nel 2007.

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Federico Riccardo Chendi e Riccardo Bernini, fondatori del Ligera
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“Io e Federico ci conoscevamo da qualche anno. Eravamo banditori d’asta. Girando tra Berlino e Lisbona ci siamo imbattuti in realtà inaspettate, locali incredibilmente accoglienti che spuntavano nelle zone più malfamate della città. Da quei locali è nata l’idea. Volevamo creare un luogo nuovo, in una realtà come via Padova, che non si limitasse ad essere un bar, ma fosse anche una galleria d’arte, un centro culturale. In sostanza che richiamasse l’idea dei caffè letterari degli anni ’60 e ’70. Così è nato il Ligéra e ad oggi non so dire se è esattamente come me lo aspettavo prima di cominciare. È come un bambino, che cresce continuamente e ti sorprende sempre”.
“Col tempo” prosegue Riccardo, “ci siamo spostati più sull’aspetto musicale che su quello artistico, ma continuiamo a proporre progetti culturali che vanno al di là del semplice concerto. Un esempio? Sei anni fa abbiamo creato il progetto editoriale Ligéra edizioni, che ad oggi ha cinque titoli pubblicati, molti dei quali incentrati proprio su via Padova, sulle sue contraddizioni e sul suo fascino. Il libro a cui sono più affezionato? L’ultimo bar a sinistra, una raccolta di 22 racconti noir ambientati in via Padova e nelle sue traverse. 22, come le fermate della 56, da leggere in un viaggio di 4 Km che attraversa idealmente tutto il mondo.”

Ed a tutto il mondo il Ligéra è aperto anche da un punto di vista artistico e musicale: “Da noi” prosegue Riccardo, “hanno suonato gruppi da moltissimi Paesi. Punk canadesi o gruppi metal messicani. Siamo interessati a presentare gruppi che hanno una storia, un percorso; gruppi che non fanno cover, ma propongono i loro progetti, la loro musica. Questa è la vera forza del locale, dare spazio a realtà originali, più o meno famose. Abbiamo ospitato band emergenti e musicisti famosissimi come Glen Matlock, il primo bassista dei Sex Pistols. I Calibro 35, hanno suonato da noi prima di essere conosciuti in giro…”

Riccardo da qualche mese si è trasferito in via Padova, scelta da vita “casa-bottega” ma anche per quello che la via sa offrire: “Diciamocelo: ci sono giorni in cui per salire sulla 56 ci vuole il fisico. Diciamo anche che c’è lo spaccio, c’è la prostituzione e che ci sono palazzi davvero problematici. Paradossalmente anche questo rende via Padova un qualsiasi quartiere di una qualsiasi grande città. E senza voler dipingere la via per quello che non è, possiamo però anche dire che è una strada molto ben collegata, con servizi 24 ore su 24, con persone ad ogni ora del giorno e della notte che provengono da diverse parti del mondo.  Insomma, in via Padova si trovavano tutti i pro e i contro delle grandi città. Dal coprifuoco del 2010 e le camionette con i militari che percorrevano la strada, via Padova ha cambiato il passo o, forse, è cambiata la percezione comune”.

Sta arrivando l’ora dell’aperitivo e Riccardo si destreggia tra le nostre domande e le ordinazioni. Ma ci vuole davvero poco per conciliare le birre con i racconti: dalla cucina Alessandra porta qualche bruschetta e l’intervista si trasforma in una chiacchierata collettiva su via Padova e sul Ligera. “Noi possiamo orgogliosamente dirci tra i primi clienti – spiegano Valentina e Mirko – venivamo già all’osteria della mamma di Federico che si trovava qui. Questo locale è rimasto chiuso per tempo fino a che ha aperto il Ligera, locale a cui è stato spontaneo affezionarci, al punto che qui abbiamo anche festeggiato il nostro matrimonio”.

“Rischio di gentrificazione in via Padova? – aggiunge il signore seduto accanto a noi a cui passiamo le olive – “non credo sia possibile, finché la proprietà delle case rimane frazionata in tanti piccoli proprietari non interessati alla riqualificazione degli appartamenti e grandi gruppi immobiliari non investono, possiamo stare tranquilli”.

“Questo quartiere è sempre stato dipinto come lo spauracchio della città – si aggancia Riccardo – Da qualche mese, nelle cronache, si è di colpo trasformato nel quartiere più avanti di Milano. Via Padova è semplicemente un quartiere con i suoi problemi, innegabili, ma che a differenza di molti altri è rimasto vivo, autentico, popolare. Un quartiere che ha accolto gli immigrati del sud e del Veneto prima e gli immigrati da tutto il mondo oggi. Credo che con la qualità abitativa mediamente bassa e le case in mano a tanti piccoli proprietari, il rischio di perdere questa autenticità non c’è. Realtà come la nostra e altri luoghi artistici e creativi della via nascono da qui, non sono un prodotto importato, sono un prodotto di periferia”.

Anche nell’ottica di lavorare con il territorio nascono iniziative con gruppi, realtà della zona, come lo spettacolo di giovedì 12 maggio “STORIE E CANZONI DALLO SPAZIO AL SOTTOSUOLOreading con Matteo Speroni (testi) e Folco Orselli (musiche) organizzato per sostenere Emergency con il gruppo volontari Zona 2.

Ed è così che in una città sempre più centripeta, dove le spinte creative arrivano da fuori, il Ligera con solo 9 anni di vita, é già locale storico.  Che serve vino davanti a un centro di cultura islamica, con cui ha un ottimo rapporto, che pubblica libri, che chiude il martedì, il 25 aprile e il 1 maggio e ci si ritrova in corteo. Che serve un’amatriciana buonissima. Che è aperto il lunedì, quando tutti riposano dalla movida del fine settimana, con introvabili e improbabili concerti: sono le notti vulnerabili trasmesse anche da Radio Popolare. Che serve uno spread, pardon, uno spritz a Maccio Capatonda nel video Italiano Medio.  Ma soprattutto che conserva un’atmosfera familiare per gli affezionati e accogliente per chi viene per la prima volta.

redazione

Ilaria Brusadelli & Marco Besana

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4 risposte

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